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Sono ammesse e corrette entrambe le forme. La forma più comune e più usata è senza dubbio quella univerbata "NONOSTANTE".
Sono ammesse e corrette entrambe le forme. La forma più comune e più usata è senza dubbio quella univerbata "NONOSTANTE".
Si scrive "poté" con l'accento acuto (é), non grave (è). L’accento acuto rende la vocale chiusa, mentre l'accento grave la rende aperta.
La E di "poté" è chiusa e per questo motivo si scrive con l'accento acuto.
Poté è la terza persona singolare del passato remoto del verbo potere.
L'unica forma corretta e ammissibile, senza alcuna eccezione alla regola, è acceleratore, con una L sola. Lo stesso vale per tutti i modi, con i relativi tempi, del verbo accelerare: indicativo (accelero, accelererò, acceleravo...), congiuntivo (che io acceleri, che io accelerassi...), condizionale (io accelererei...) e così via. Il sostantivo accelerazione e l'aggettivo celere, da cui il verbo accelerare deriva, si scrivono tutti con una sola L.
Il linguista Aldo Gabrielli, in Si dice o non si dice? (la versione fornita su Corriere.it è stata rivista da Paolo Pivetti) raccomanda: "Acceleriamo pure, ma con una l sola perché il verbo deriva dall’aggettivo celere, che, proprio non ci son dubbi, di l ne ha una".
Si scrive pensióne con la lettera -S, dal latino pensionem (pagamento).
Si scrive giustizia con una Z. Il termine deriva dal latino iustĭtĭa (che a sua volta deriva da ius = diritto).
Si scrive collaboratore con un B. La parola ha origine dal verbo latino collaboràre (composizione di cum = insieme e laboràre = lavorare).
Si scrive collaboràre con un B. La parola ha origine dal verbo latino collaboràre (composizione di cum = insieme e laboràre = lavorare).
Si scrive collaborazióne con un B. La parola ha origine dal verbo latino collaboràre (composizione di cum = insieme e laboràre = lavorare).
Si scrive recensione (sostantivo derivato dal verbo recensire) con la S. Il dubbio può sorgere quando si pensa alla parola recinzione (sostantivo derivato dal verbo recingere) che, invece, si scrive con la lettera Z.
Si scrive recinzione (sostantivo derivato dal verbo recingere) con la Z. Il dubbio può sorgere quando si pensa alla parola recensione (sostantivo derivato dal verbo recensire) che, invece, si scrive con la lettera S
Il plurale dei nomi che al singolare terminano in -cia, -gia e -scia (Camicie o camice? Ciliegie o ciliege? Torce o torcie?) è una delle questioni che più genera incertezza tra i parlanti e gli scrittori della lingua italiana.
Il plurale di torcia è TORCE; infatti, secondo la regola del plurale dei nomi in -cia, -gia:
Rientrano in questo secondo caso anche le parole terminanti in -scia al singolare; al plurale termineranno sempre in -sce: scriveremo quindi fasce, strisce, bisce, ecc...
Il plurale dei nomi che al singolare terminano in -cia e -gia (Ciliegie o ciliege? Sagge o Saggie? Camicie o camice?) è una delle questioni che più genera incertezza tra i parlanti e gli scrittori della lingua italiana. Il plurale di scheggia è SCHEGGE; infatti, secondo la regola del plurale dei nomi in -cia, -gia:
Rientrano in questo secondo gruppo anche le parole in -scia, che al plurale terminano sempre in -sce: fascia-fasce, striscia-strisce...
Il plurale dei nomi che al singolare terminano in -cia, -gia e -scia (Camicie o camice? Ciliegie o ciliege? Sudicie o Sudice?) è una delle questioni che più genera incertezza tra i parlanti e gli scrittori della lingua italiana.
Il plurale di sudicia è SUDICIE; infatti, secondo la regola del plurale dei nomi in -cia, -gia:
Rientrano in questo secondo caso anche le parole terminanti in -scia al singolare; al plurale termineranno sempre in -sce: scriveremo quindi fasce, strisce, bisce, ecc...
Dobbiamo però segnalare che l'aggettivo "sudicio" ammette anche il femminile plurale senza i "sudice". Alcuni sostengono infatti che, poiché la "i" al plurale non viene pronunciata e ha una funzione diversa rispetto al singolare (in cui serve a indicare la pronuncia palatale di C o G davanti ad A, come in "giallo" o "ciao"), nel plurale perde questa funzione perché la "C" si trova davanti alla "E". Per questa ragione alcuni sono favorevoli all'eliminazione della i e ormai si ammettono entrambe le forme.
Basta consultare un dizionario della lingua italiana per rendersene conto. Ad esempio il Garzanti in rete ammette anche la forma "sudice". Il dizionario Hoepli, edito da Aldo Gabrielli, indica entrambi i plurali femminili, ma accanto alla forma "sudice" specifica e aggiunge "meno bene". L'Enciclopedia Treccani, infine, ammette entrambele forme.
Noi indichiamo col colore giallo la forma "sudice" perché secondo i dizionari non è errata e dobbiamo inevitabilmente adattarci; tuttavia preferiamo seguire le tradizionali regole grammaticali insegnateci a scuola e scrivere SUDICIE, con la i.
Allorché è una congiunzione che va scritta utilizzando un'unica parola. L'accento sulla lettera finale è acuto.
La sillaba SCE si scrive sempre (o quasi) senza I; per questo motivo si scrive SCEGLIERE.
Alcune parole costituiscono un'eccezione alla regola appena esposta:
Siete amanti della verita, ma non siete sicuri su quale tra le grafie buggie o bugie sia quella corretta? Ebbene, si scrive bugìe, con una sola -G. Per lo stesso motivo si scrive "bugiardo" (non "buggiardo").
Naturalmente, bugie è il plurale di bugia, che si scrive con una sola -g.
Si scrive "SMAGLIANTE". L'aggettivo deriva dal francese émailler (= smaltare).
I verbi che si riferiscono a fenomeni meteorologici (piovere, nevicare, grandinare, tuonare, ecc...) sono verbi impersonali. Secondo molti docenti, l'unica forma corretta è la prima (è nevicato) in cui è utilizzato l’ausiliare essere. Ormai, però, con questi verbi si utilizza anche l’ausiliare avere, entrato pienamente nell'uso comune; spesso si legge o si sente dire "ha nevicato, ha grandinato...", dunque la forma "ha nevicato" è altrettanto corretta. Ad affermarlo e a sostenere la validità di entrambe le forme è anche l'autorevole Accademia della Crusca.
In conclusione possiamo affermare che, per questi verbi, quando sono usati impersonalmente, sono ammessi entrambi gli ausiliari.
Quando il verbo non ha valore impersonale, ma è usato nei suoi significati traslati e figurati, forma i tempi composti soltanto con l'ausiliare essere.
Es.: Gli sono piovuti addosso un sacco di guai.
Si scrive assassìno e non assasìno. Il termine ha origini arabe: quella degli hasciascin (o hasciscin) era un'antica tribù, della zona tra Damasco ed Antiochia, capeggiata dal Vecchio della Montagna, i cui seguaci prestavano giuramento di fedeltà assoluta commettendo i crimini più efferati. Essi, prima di compiere i loro delitti, erano soliti drogarsi con una bevanda estratta dalla canapa indiana, meglio nota come hascisc.