Anziché

Anzi che

Anzicché

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La grafia corretta è quella univerbata con una C: anziché.

La e finale è chiusa e di conseguenza l'accento è acuto ---> é, non è.

Es.: Preferisco uscire anziché stare a casa.

Come riporta l'enciclopedia Treccani online, "nell’italiano antico, in cui anzi conservava il significato etimologico del latino ante ‘prima’, era normale l’uso di anzi che (scritto staccato) con valore temporale".

"non so s’io mi speri / Vederla anzi ch’io mora"(F. Petrarca, Canzoniere).


Al di là

Aldilà

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Con il presente quesito si fa riferimento alla locuzione avverbiale o preposizionale.

Per questo motivo, aldilà è scorretto. La forma univerbata, infatti, è un sostantivo maschile, che ha il significato di "oltretomba, vita dopo la morte"

Al di là, con grafia separata, è una locuzione avverbiale o preposizionale.

Es.: Al di là del fiume.


E

Ed

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Il quesito riguarda la presenza o meno della cosiddetta d eufonica, procedimento ben noto alla lingua italiana per cui è possibile aggiungere la d ad alcune preposizioni e congiunzioni davanti a una parola che comincia per vocale. 

Eufonico vuole dire ‘relativo all’eufonia’; eufonia è un termine, derivante dal greco, che indica "il bel suono". In questo caso l’effetto eufonico è dato dal fatto che, aggiungendo nella catena fonica la consonante, si evita uno iato tra le due vocali. 

La regola, dettata dal grande Bruno Migliorini, vuole che "ed" sia impiegato quando precede una parola cominciante con la stessa vocale, dunque "e".

Es.: - Io ed Elisa stiamo bene insieme.   

        - ... ed era bello giocare insieme.

Un altro esempio, ma con la preposizione "a":  Andrò ad Andora quest'estate. 

Per i sostantivi che iniziano con una vocale diversa dalla congiunzione o preposizione che li precede, come "Io e Anna", l'uso della d è facoltativo, ma vi sono casi in cui è sconsigliato. Riportiamo alcuni esempi:

  • Casi in cui si inserisce la "d" eufonica: ad esempio (ad inizia con a, esempio con e), ad eccezione...

Questi sono esempi di locuzioni fisse dove l'uso della d eufonica è cristallizzato. 

  • Un caso in cui la d è sconsigliata (ma non sbagliata, motivo per cui il colore del rettangolo è giallo) è "Io ed Anna". Non suona bene!
  • Un altro esempio in cui la d è da evitare: "Mari Mediterraneo ed Ionio". Molto meglio "Mari Mediterraneo e Ionio".

Stavolta

Sta volta

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L'avverbio temporale stavolta è composto da (que)sta + volta. L'aggettivo dimostrativo questa ha subìto un'aferesi (caduta di una o più lettere a inizio parola).

Stavolta si scrive tutto attaccato, poiché l'aferesi di questa, 'sta, si è unita alla parola successiva, volta, grazie al fenomeno dell'univerbazione.

La stessa regola è valida per stamattina, stanotte, stasera.


Igiene

Igene

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Se ci tenete alla pulizia ma non sapete se si scrive igene o igiene abbiamo la risposta per voi. La forma corretta è igiene con la I tra la G e la E. Il vocabolo deriva dal greco ὑγιεινή (sottinteso τέχνη, che vuol dire arte).

Sebbene su google si possano contare milioni di risultati relativi alla parola igene, non scrivetelo mai così. C'è un solo caso in cui potete scriverlo senza la I: quando vi riferite all'Igene, regina di Sparta, un dramma per musica, del librettista italiano Aurelio Aureli; in tutti gli altri casi e per tutte le parole derivate si applica sempre la stessa regola:

Ecco alcune frasi con igiene e con le parole derivate che vi aiuteranno a comprenderene meglio significato e corretto utilizzo:

  • Dovresti darti una sistemata. Dai l'impressione di non avere alcuna cura per la tua igiene personale.
  • Se vai al supermercato ricordati di comprare la carta igienica.
  • Oggi non posso proprio venire, ho un appuntamento con il mio igienista dentale.
  • Lo dicono tutti i medici: lavarsi le mani prima di mangiare è igienico.

Il vocabolo non ha nulla a che vedere con fotogenico, quesito al quale abbiamo dedicato una pagina tutta sua.


Spiagge

Spiaggie

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Il plurale dei nomi che al singolare terminano in -cia e -gia (Ciliegie o ciliege?, Spiaggie o spiagge?, Valigie o valige?) è una delle questioni che più genera incertezza tra i parlanti e gli scrittori della lingua italiana. Ricordatelo anche mentre andate al mare, il plurale di spiaggia è spiagge; infatti, secondo la regola del plurale dei nomi in -cia, -gia:

  • le parole dove le terminazioni -cia e -gia sono precedute da vocale formano il plurale in -cie e -gie: avremo dunque ciliegie, camicie, micie, valigie; 
  • le parole dove -cia e -gia sono precedute da consonante formano il plurale in -ce e -ge: avremo dunque spiagge, province, pronunce, gocce, bolge, frange..

Rientrano in questo secondo gruppo anche le parole in -scia, che al plurale terminano sempre in -sce: fascia-fasce, striscia-strisce.


Ogni tanto

Ognitanto

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La locuzione avverbiale "ogni tanto" si scrive sempre separata.


Facce

Faccie

Approfondimenti

"Faccia al plurale come si scrive?". Quella del plurale dei nomi che al singolare terminano in -cia, -gia e -scia (Valigie o valige? Camicie o camice? Ciliegie o ciliege? Faccie o Facce?) è una delle questioni che più genera incertezza tra i parlanti e gli scrittori della lingua italiana.

Il plurale di faccia è facce; infatti, la seguente regola ti permetterà di scegliere sempre la forma giusta, senza incappare in strafalcioni imbarazzanti:

  • le parole dove le terminazioni -cia e -gia sono precedute da vocale formano il plurale in -cie e -gie: avremo dunque camicie, ciliegie, micie, valigie;
  • le parole dove -cia e -gia sono precedute da consonante formano il plurale in -ce e -ge. Oltre a questo caso avremo anche province, pronunce, gocce, bolge, frange.

Rientrano in questo secondo caso anche le parole in -scia, che al plurale terminano sempre in -sce: scriveremo quindi fasce, strisce, bagasce, ecc..

Se hai bisogno di qualche esempio, ti proponiamo alcune frasi che ti aiuteranno a capire meglio la regola per i nomi che al singolare terminano in -cia, -gia e -scia. Ecco alcuni esempi:

  • Dopo tutto quello che mi hanno fatto, spero di non rivedere mai più le loro facce.
  • Le facce di un cubo sono sei; quelle di una piramide sono cinque.

Ingegnere

Ingegniere

Ingeniere

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Si scrive INGEGNERE, senza la "i" dopo la "gn". I nomi indicanti mestieri spesso terminano con il suffisso -iere, (pasticciere, cameriere), ma in questo caso la "i" è inutile perché la forma gnie non è quasi mai utilizzata nella lingua italiana.

La forma "ingeniere" è errata.

Esiste il femminile di ingegnere? Naturalmente sì, si scrive ingegnera. Come già accade per molti mestieri che, per tradizione androcentrica, fino a poco tempo fa eravamo abituati a scrivere solamente al maschile (sindaca, ministra, prefetta), questo vocabolo può e dovrebbe essere scritto al femminile.


Ce n'è

C'è ne

Ce nè

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Questo è un quesito che richiede una risposta dettagliata.

Prima regola da non dimenticare: non si possono apostrofare sia ce sia ne quando compaiono insieme.

Seconda regola: quando sono scritte insieme, ce non sarà mai scritto con l'apostrofo e l'accento sulla e, dunque non avremo mai c'è ne.

Terza regola: che funzione svolgono ce e n'è?

Nel nostro quesito ce è un avverbio locativo con il significato di "in questo luogo, in quel luogo, qui, là". Ecco perchè, nel caso specifico, non si potrà mai scrivere c'è, che, a sua volta, è formato da ci (avverbio locativo con il significato di "in quel luogo") + è (verbo essere) e vuol dire "è in quel luogo".

Es: C'è molta tranquillità.

Prima di soffermarci su n'è, è opportuno chiarire la funzione rivestita da ne: è una particella clitica della lingua italiana che può sottintendere diversi complementi, tra cui, ad esempio, il complemento di specificazione o il complemento partitivo. Facciamo un esempio per rendere tutto più semplice:

es.: "Prendi le fragole nel frigo. Ce ne sono ancora tante".

Ce = in quel luogo, nel caso specifico "nel frigo".

Ne = di queste, cioè delle fragole.

Ce e ne in questa frase sono particelle con specifiche funzioni grammaticali; il verbo è sono.

Una volta spiegata la funzione di ne, possiamo parlare di n'è.

N'è è composto dalla particella ne (di cui abbiamo appena trattato) + è (verbo essere, indicativo presente, terza pers. sing.)

Ce n'è, quindi, equivale a "in quel luogo è di questo",

Es.: Compra una vaschetta di gelato quando esci. Ce n'è solo una.

È giusto aggiungere, per completezza, che ce e ne possono rivestire altre funzioni oltre a quelle sopraccitate. Ad esempio, ce può sostituire il pronome personale noi nel compl. oggetto e nel compl. di termine.

Es.: "Non ce lo ha voluto dire" (ce = a noi, dunque "non lo ha voluto dire a noi"). Ce in questa frase è una particella pronominale che sostiuisce il pronome personale "noi" nel complemento di termine.


Innaffiare

Annaffiare

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Si possono scrivere entrambe le forme; tutt'e due sono corrette e usuali.

Innaffiare è la forma più antica, derivata dal latino inafflare (composto da in + adflare, soffiare dentro).

Conclusione: usate la forma che più preferite!!


Camicie

Camice

Approfondimenti

Il plurale dei nomi che al singolare terminano in -cia e -gia (Camice o camicie?, Ciliegie o ciliege?, Provincie o Province?) è una delle questioni che più genera incertezza tra i parlanti e gli scrittori della lingua italiana.

Il plurale di camicia è camicie; infatti, secondo la regola del plurale dei nomi in -cia, -gia, -scia: 

  • le parole dove le terminazioni -cia e -gia sono precedute da vocale formano il plurale in -cie e -gie: avremo dunque camicie, ciliegie, micie, valigie;     
  • le parole dove -cia e -gia sono precedute da consonante formano il plurale in -ce e -ge: avremo dunque province, pronunce, gocce, bolge, frange.

Rientrano in questo secondo caso anche le parole in -scia, che nel plurale terminano sempre in -sce: fascia-fasce; striscia-strisce... 

Tutto questo discorso non è valido per le parole in cui la i di -cia e -gia è tònica, cioè accentata, come farmacía, nostalgía, bugía. In questi casi la i è necessaria e resta anche nel plurale; avremo dunque farmacíe, nostalgíe, bugíe, ecc... 

Il plurale camice è sbagliato e, oltretutto, si potrebbe confondere con il vocabolo càmice (sostantivo singolare maschile indicante un indumento da lavoro), il cui plurale è càmici.

Per questi motivi si deve scrivere camicie, non camice.